Vacanze in Abruzzo?
Ma ha senso (ed è rispettoso) andare a passare le ferie nei luoghi del sisma?
«Va scongiurata ogni forma di turismo. Questo è un luogo di dolore, bisogna lavorare fra le macerie. Ci sarà tempo per visitare L'Aquila una volta ricostruita. I turisti vadano altrove». Così, facendo un sopralluogo nella città distrutta dal sisma del 6 aprile, si è espresso nei giorni scorsi il presidente del Senato, Renato Schifani. Gli ha fatto eco Franco Gabrielli, prefetto del capoluogo: «Non portatevi sull'Aquila, è teatro di operazioni. Lasciate le strade libere», ha detto rivolgendosi a quelli intenzionati ad andare là «per turismo solidale o perché vogliono vedere di persona i luoghi del sisma».
Quello "del dolore" (o dell'orrore) è infatti una forma di turismo sempre in agguato in caso di tragedie o casi eccezionali. Dal semplice incidente stradale ai delitti efferati (Cogne, Novi Ligure, Garlasco), dalle sventure naturali a quelle causate dall'uomo, c'è sempre una morbosa attrazione per le macerie, i luoghi della sciagura, i teatri del dramma o le scene dei delitti. Ma fino a dove questa curiosità è legittima e quando diventa insopportabile? E' comprensibile che si vada a guardare la sofferenza altrui o è un vizio da stroncare? O invece, meglio tenersi completamente alla larga o provare a vedere se si può dare una mano, in qualche modo? E infine, tenersi a distanza è sinonimo di rispetto oppure rischia di mettere ulteriormente in difficoltà le economie locali, condannate a fermarsi completamente?
Il dubbio lo fa sorgere il sottosegretario Michela Brambilla, che in una nota congiunta con l'assessore abruzzese al Turismo Di Dalmazio ha dichiarato: «Il fatto che molti turisti continuino a scegliere proprio le più suggestive località dell'Abruzzo come meta delle proprie vacanze rappresenta un altro ed ancora più importante e significativo gesto di solidarietà nei confronti di questa regione oggi impegnata, con tutti i suoi mezzi, alla ricostruzione. Al di fuori delle zone più direttamente interessate dal sisma, l'attività turistica continuerà la sua normale attività garantendo il massimo livello di ospitalità e di servizi». Che ne pensi?
Quello "del dolore" (o dell'orrore) è infatti una forma di turismo sempre in agguato in caso di tragedie o casi eccezionali. Dal semplice incidente stradale ai delitti efferati (Cogne, Novi Ligure, Garlasco), dalle sventure naturali a quelle causate dall'uomo, c'è sempre una morbosa attrazione per le macerie, i luoghi della sciagura, i teatri del dramma o le scene dei delitti. Ma fino a dove questa curiosità è legittima e quando diventa insopportabile? E' comprensibile che si vada a guardare la sofferenza altrui o è un vizio da stroncare? O invece, meglio tenersi completamente alla larga o provare a vedere se si può dare una mano, in qualche modo? E infine, tenersi a distanza è sinonimo di rispetto oppure rischia di mettere ulteriormente in difficoltà le economie locali, condannate a fermarsi completamente?
Il dubbio lo fa sorgere il sottosegretario Michela Brambilla, che in una nota congiunta con l'assessore abruzzese al Turismo Di Dalmazio ha dichiarato: «Il fatto che molti turisti continuino a scegliere proprio le più suggestive località dell'Abruzzo come meta delle proprie vacanze rappresenta un altro ed ancora più importante e significativo gesto di solidarietà nei confronti di questa regione oggi impegnata, con tutti i suoi mezzi, alla ricostruzione. Al di fuori delle zone più direttamente interessate dal sisma, l'attività turistica continuerà la sua normale attività garantendo il massimo livello di ospitalità e di servizi». Che ne pensi?
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| Data: 20/4/2009 | Visto: 9302 |
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